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"la
madonna col bambino di santa maria maggiore
a firenze"
introduzione
Esistono opere che appartengono di fatto e di diritto a quella generazione di
immagini sacre che oltre ad essere depositarie di un valore artistico storico di
eccellenza, sono altresì memorie paradigmatiche, modelli di riferimento
spirituale ed estetico per il circuito sociale con cui interagiscono e per le
evoluzioni stilistiche delle arti figurative. Una di queste icone simbolo è la
suddetta immagine di S. Maria Maggiore a Firenze. Fra i più antichi edifici di
culto della città, la chiesa di S. Maria Maggiore è anche uno dei primi luoghi
fiorentini adibiti alla venerazione mariana. La tavola ebbe un’influenza
notevole sui fedeli fiorentini tra Duecento e Trecento, questa funzione primaria
sulle coscienze durò fino agli albori del cinquecento quando la chiesa conobbe
un momento di degrado. Questa condizione contribuì in maniera rilevante insieme
alle nuove istanze dettate dal Concilio di Trento a relegare l’opera ai
margini del culto religioso fino al definitivo accantonamento. Solo successive
fonti del ‘600-‘700 narrano di un dipinto con rilievo, situato sull’altare
della cappella Orlandini, coperto da una tela di Giovanni Blivert rimovibile in
certi periodi dell’anno per scoprire l’immagine antica. Nonostante che, il
passare dei secoli abbia precluso in parte la memoria del suo valore intrinseco,
l’opera non ha trasceso il suo fascino. La sua elusiva ed ieratica frontalità
ed il ricordo immanente in ogni prezioso particolare di ciò che la sua
venerazione rappresentò per i Fiorentini nel XIII e XIV secolo, sono
suggestioni reali, presenti e vivide nell’immagine riportata alla sua realtà
come opera d’arte,"Eros" primitivo, dopo il meditato e accurato
restauro. Il restauro come atto critico filologico assume in questo contesto
valenze di importanza fondamentale. Questa operazione ha allargato immensamente
gli orizzonti di conoscenza attorno al manufatto e ha reso vivace e attuale il
dibattito storico artistico.
indagini, scoperte, aspetti critici
Non conoscendo per mancanza di fonti descrittive l’antica sistemazione dell’opera
all’interno della chiesa, si presume che essa in origine fosse ipoteticamente
ubicata su di un altare o un tramezzo. La tavola è di grandi dimensioni,
caratteristica questa palesemente occidentale. Oltremodo nell’abbinamento di
rilievo e pittura traspare uno spiccato arcaismo, sintomo rivelatore di una
cultura estranea alla tradizione fiorentina dell’epoca. Questa discrasia
anticipa per evidenza i successivi contrastanti aspetti. Per entrare nell’universo
culturale e iconografico con cui questo sconosciuto artefice ha interagito sono
state analizzate in particolare due opere che presentano alcuni dettami
strutturali similari con la tavola di Santa Maria Maggiore: la Madonna col
Bambino in trono e due angeli del Maestro di Rovezzano e la Madonna col Bambino
in trono e annunciazione del Maestro di Greve. La prima collocabile nella
seconda metà del XII secolo mentre la seconda nel primo quarto del XIII secolo.
Entrambe presentano aspetti che potrebbero in linea di massima aver
rappresentato un modello per l’autore di Santa Maria Maggiore, anche se la sua
maturità artistica e figurativa fa ritenere plausibile al Prof. Boskovits
indicare il decennio 1265-75 come il naturale periodo storico in cui questo
pittore ha operato. In un primo momento alcuni storici hanno avvallato questa
tesi attribuendo l’opera a Coppo di Marcovaldo o al figlio Salerno
collocandola cronologicamente appunto, nella seconda metà del XIII secolo,
altri hanno pensato anche ad un artista fiorentino influenzato da un prototipo
bizantino perduto. Si è parlato anche di area bizantina tout-court, nell’ambito
del rinascimento paleologo. Dopo le considerazioni teoriche scientifiche
parallele all’intervento di restauro si è iniziato a concepire un’artista
di cultura bizantina operante a Firenze alla fine del XII secolo, collaboratore
dell’artefice autoctono dell’opera; ipotesi suggellata da molti pareri
autorevoli e da argomentazioni plausibili. Certamente il quesito
è ancora aperto, ma ci sono elementi sufficienti per convalidare la tesi post
restauro: stilemi stilistici raffinatissimi, la doratura con il bolo come
preparazione alla stesura della foglia, le punzonature, sono tutte
caratteristiche ancora sconosciute alle maestranze fiorentine di quel periodo.
Per non parlare poi della espressività tipicamente marcata e accentuata della
meditazione artistica di Coppo di Marcovaldo qui non ravvisabile e delle
analisi scientifiche che anticipano la datazione del manufatto. Tutte queste
componenti regalano la sensazione di avere intrapreso una direzione corretta
sulla strada della comprensione esaustiva di questa misteriosa icona. Tra le
molteplici scoperte avvenute durante il restauro, una in particolare presenta
aspetti singolari: si è compreso dopo le puliture, la primitiva funzione del
dipinto come reliquario. La parti aggettanti delle figure, cioè la testa della
Madonna e del bambino nascondono sulla sommità due cavità interne accessibili
da due piccoli fori contenenti un sacchetto di tessuto con all’interno alcuni
frammenti di reliquie. Il tessuto è stato analizzato nella sua armatura tessile
ed è risultato appartenere alla categoria degli sciamiti. Questa particolare
armatura ci riporta ad una vasta area di produzione che comprende l’impero
bizantino,la Siria, l’Iran e l’Egitto, e in conseguenza alla contaminazione
culturale islamica anche la Spagna e la Sicilia. Dalle radiografie risultanti
radiopache, con un certo margine di certezza si è potuto constatare l’assenza
nei rilievi di una struttura lignea portante sottostante l’ammannitura. Da
questo la consequenziale deduzione che i due altorilievi siano stati realizzati
in gesso. Più in specifico con un calco di gesso su di un modello positivo in
creta, cera o altri materiali. Sotto la cornice rifatta si sono evidenziati tre
motivi decorativi: il primo a doppio racemo su fondo blue scuro con un rombo
rosso al centro usato nella pittura toscana fino a Giotto; il secondo di
derivazione islamica anch’esso assai presente nella pittura toscana; il terzo
un racemo con foglie ammirabile anche nella Madonna del Bordone di Coppo di
Marcovaldo a Siena. Un aspetto che ha inizialmente spiazzato la riflessione
degli studiosi è stato il fatto che dalle analisi scientifiche (esame archeometrico carbonio 14) sulla colla e sul supporto ligneo è sorta una
discrepanza: la colla risulta essere preparata nel X secolo, mentre il legno
sembra appartenere alla fine del XI e gli inizi del XII secolo, tesi supportata
anche dall’esame dendrocronologico. Il problema è stato chiarito quando una
restauratrice soffermandosi sulla tipologia della colla probabilmente di
Cartapecora e quindi ottenuta da antichi volumi disfatti, poteva per questo
motivo risultare più antica ai risultati delle analisi. Questa colla finissima,
visto la sua reperibilità solo in ambito monastico, ha aperto nuovi orizzonti
interpretativi sulla origine del dipinto. Attraverso ulteriori indagini
radiografiche è stata analizzata la tela che ricopriva tutta la superficie
sotto l’ammannitura. La tela forse di recupero, risulta essere decorata alla
maniera bizantina con colori tipo il Minio e il bianco di piombo, due materiali
assai opachi ai raggi X. Proprio la presenza di un colore a base di piombo ha
impedito una corretta visione delle ridipinture che solo con la pulitura degli
strati superficiali sono state esaustivamente comprese. Mediante le analisi all’infrarosso
si sono esplicitati alcuni aspetti del disegno preparatorio corrispondente alle
linee di incisione e tramite la fluorescenza ultravioletta con lampada di Wood
si sono aperte le strade per la comprensione delle particolari sostanze
materiche sovrapposte nel corso dei secoli alla stesura originale.
metodologie costruttive e tecniche di restauro
Il supporto ligneo è costituito da tre tavole di castagno. Questa essenza
ricavata da una latifoglia presenta caratteristiche assai marcate di solidità e
resistenza. Infatti il tannino presente in essa, tranne qualche caso
particolare, funge da deterrente per gli attacchi degli insetti xilofagi e la
fribratura diritta con pochi nodi è un valido presupposto di solidità. Le
tavole sono connesse tra loro con l’uso di spinotti lignei inseriti senza
colla sulle ronghette. Tracce dell’uso di un collante a base di caseinato di
calcio è riscontrabile sulla superficie una volta combaciante del legno. Tutta
la struttura è ulteriormente rinforzata da due traverse di abete. L’uso del
legno di castagno come supporto non appartiene alla tradizione fiorentina del
XIII secolo, mentre in alcune opere del XII secolo come la Croce di Sarzana e
quella lucchese di Villa Guinigi è rilevabile la presenza di questa essenza
arborea. Probabilmente la facile reperibilità di tale latifoglia in questa
parte della Toscana ha favorito il suo utilizzo più frequente. La parte
posteriore del supporto a completamento della raffinata fattura dell’opera
appare ricoperta da uno strato di ammannitura, accorgimento questo proteso alla
salvaguardia futura del manufatto proteggendolo dagli sbalzi inevitabili di
temperatura e umidità. L’operazione di restauro di questa parte, mirata alla
sua auspicabile conservazione e stabilità futura, è stata catalizzata
principalmente dalla presenza delle fessure verticali dovute al naturale e
fisiologico ritiro del legno. La procedura attuata ha comportato l’uso di una
fresa, per allargare leggermente le fessure, ripulendole così dall’ eventuale
deposito di polvere e sporcizia, ipotetico terreno fertile per il propagarsi di
infestazioni varie. Successivamente le fessure sono state riempite con del legno
di castagno antico, più affidabile rispetto al nuovo da un punto di vista della
stabilità strutturale. Nell’affrontare le problematiche relative alle parti
aggettanti della Madonna e del Bambino, gli interventi inerenti la pulitura e la
rimozione di certe vernici o ritocchi di epoche successive all’atto primo dell’opera,
sono stati intrapresi solo dopo una ponderata riflessione che ha tenuto conto
delle particolari e significative realizzazioni maturate nel corso delle
innumerevoli indagini scientifiche. Per la pulitura è stato usato un "Solvent
Gel" composto da una miscela di diverse sostanze, preparato dopo aver
effettuato il test di solubilità delle vernici di Feller. Nella parte piana del
dipinto per evitare di togliere anche la vernice originale si è preferito
coniugare solventi meno tossici con l’uso del classico bisturi sotto il
controllo rassicurante del microscopio.
opinioni critiche personali
Il tempo vita delle opere d’arte in genere è caratterizzato da
innumerevoli interventi e tentativi di migliorarne, integrando secondo il gusto
del particolare periodo storico, il loro aspetto estetico. E’ impresa assai
ardua valutare con cognizione e giusta logica l’eventualità di rimuovere le
ridipinture successive all’atto primo dell’opera. Il concepire la pittura
più antica come inevitabilmente la più degna di interesse e di attenzioni,
può apparire come una convenzione dettata da dinamiche percettive in continua
trasformazione ed evoluzione. Ciò che sembra palese e scontato oggi può
diventare in futuro fonte di critica e di ironica considerazione. Perciò il
progetto di un restauro ideale di un’opera d’arte necessita di un’ulteriore
riflessione che trascenda le istanze culturali di un determinato contesto
storico, le egemonie critiche e abbracci una consapevolezza neutrale scevra da
prese di posizione assolutiste. La tendenza a considerare l’artista più
importante della sua creazione, è una costante del pensiero contemporaneo. Il
culto della personalità e del genio creativo è un retaggio romantico ormai
insito nel profondo delle coscienze che prevarica ogni altro aspetto logico.
Vediamo come la ricerca spasmodica del primo autore porti sovente alla mancata
disattenta considerazione dei tanti coautori successivi degni in eguale misura
di dovuta attenzione. Queste dinamiche di approccio, spesso sfociano
maldestramente nel paradosso della rimozione simultanea della patina e di certe
velature o ripensamenti del primo artista. Innumerevoli opere d’arte sono
state così snaturate nella loro complessità e preziosità estetica, frutto
dello scorrere del tempo, al solo scopo di ritrovare una ipotetica e a volte
precaria conditio primordiale. Nel caso della Madonna col Bambino di Santa Maria
Maggiore è ovvio che la mancanza di testimonianze importanti posticipe e la
completa integrità primitiva del manufatto ha spianato la strada verso il
completo recupero dell’atto primo, senza ombra di dubbio l’operazione più
consona che si potesse qui intraprendere. La rinnovata lettura dell’opera per
l’importanza storica che essa rappresenta è un valore aggiunto, frutto di un
travaglio senza traumi di un’operazione irrinunciabile.
Nicola Fontana
Bibliografia: M.Ciatti,C. Frosinini, L'Immagine antica della Madonna col Bambino di
Santa Maria Maggiore. Studi e restauro, edizioni Edifir, Firenze 2002.
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