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"il giardino medievale"
Il giardino dell’età di mezzo,
qui è raccontato nei suoi risvolti
tecnici, storici e simbolici, attraverso l’analisi di alcune fonti
significative e fondamentali per capirne le trasformazioni estetiche e di
concetto, dalle origini archetipiche, fino all’esperienza umanistica e
proto-rinascimentale.
INDICE
L’eredità antica
I giardini dei monasteri e il periodo Carolingio
Hortus conclusus
Il giardino orientale
La scuola di Chartres e il giardino cortese
Verso l’Umanesimo
La crisi del Trecento
Verso il giardino rinascimentale
l’eredità antica
Le immagini preziose tramandate dai codici miniati e le coeve fonti
letterarie ci descrivono il giardino medievale come un luogo fantastico senza
tempo, dove un variegato universo simbolico confonde il reale e l’immaginario.
Mentre le alte mura sembrano nascondere e proteggere questo affresco allegorico,
ogni suo particolare echeggia e rimembra nostalgicamente la primitiva
beatitudine del giardino dell’Eden, luogo che sedimentò visceralmente tutta
la vicenda umana della cosiddetta età di mezzo. Già nell’Odissea di Omero il concetto di eterna primavera
abbracciava i desideri e le speranze degli uomini. Il giardino di Alcinoo era un
posto ideale, ispirato probabilmente ai giardini pensili di Babilonia o a quelli
situati ai margini del Nilo, dove la natura benevola per l’uomo rappresentava la
perfetta antitesi di quelle località desolate e deserte del vicino Oriente. La
sublimazione di quei disagi dovuti alle impervie condizioni ambientali fiorì nell’immaginario di quella stagione umana e permise l’illusoria
impaginazione concettuale di un modello paradisiaco. I fiori e i frutti dovevano essere eternamente a disposizione del fruitore e
questa aspettativa si riscontra anche nelle Etymologiae di Isidoro di
Siviglia dei primi anni del VII secolo, dove si suggella all’Hortus una
funzione propagatrice di perenne produzione, di nuovo l’eterna primavera. Dopo
la caduta dell’impero romano si trasformò il rapporto dell’uomo con l’ambiente
naturale. L’alimentazione prettamente proteica dei popoli invasori e la
conseguente necessità di pascoli e spazi liberi per l’allevamento relegò
l’agricoltura a un ruolo marginale. Il controllo della natura, la sua
interazione con elementi culturali insiti nella tradizione classica, nell’alto
medioevo venne meno, si perse almeno parzialmente il gusto di circoscrivere in
un'unica amalgama il mondo vegetale, animale e quello delle acque. Si ritornò
così ad un paesaggio silvo pastorale e solo un sottile legame fra mondo antico
e mondo alto medievale permise di mantenere intatte certe affinità allegoriche,
simboliche.
I giardini dei monasteri e il periodo Carolingio
Per entrare nell’universo protetto del monastero medievale
è bene
ricordare le raccomandazioni della regola di San Benedetto, riferite alla
necessaria presenza di acqua e di un hortus all’interno dell’insediamento
monastico. Come le Villae Rusticae della campagna romana questi edifici
religiosi erano corredati da quattro tipologie di spazi coltivati: orti,
frutteti (pomaria), giardini con alberi (viridaria), erbari (herbaria).
Al centro del chiostro sorgeva un albero, l’arbor vitae della genesi con
quattro sentieri d’acqua, reminiscenza dei quattro fiumi di biblica memoria. Lo
spazio risulta diviso geometricamente da aiuole separate e da vialetti coperti
da pergole ed è costituito da varie parti, ognuna delle quali ha una sua propria
destinazione ben definita. La globalità di questa realizzazione così concepita rappresentava la
perfetta sincronia tra aspettativa intellettuale teologica della Gerusalemme
celeste e una mondana ma rassicurante organizzazione razionale dello spazio
interno. Il poemetto o libro della cultura degli orti di Valafrido Strabone, monaco di
Reichenau del IX secolo, detta il primo modello costruttivo del Giardino
medievale, che mantenne nel corso dei secoli la sua primigenia ideazione,
nonostante alcune successive lievi modifiche: aiuole rialzate di forma quadrata
o rettangolare conterranno le verdure e i fiori in una sistemazione articolata a
scacchiera. I suoi alberi producono frutti che tolgono la fame e la sete mentre quelli
dell’albero della vita donano l’immortalità, determinando una sorta di
implosione degli effetti primordiali opposti, riferibili al peccato originale. Una differenziazione degli spazi tra giardini e orti, si ebbe con il progetto
della riedificazione del monastero-abbazia di San Gallo. Qui si distinsero delle
zone destinate alla raccolta delle verdure per l’alimentazione, dalle aree
adibite alla coltura di erbe medicinali (semplici). Attigui a queste due
zone specifiche vi era il cimitero-frutteto e il claustrum, un quadrato
lungo lateralmente 100 piedi, circoscritto da un recinto, come voleva la regola
benedettina. Il recupero della cultura classica e un nuovo input creativo dato all'arte
del giardino sono tra gli aspetti del periodo Carolingio. Il Capitulare de
villis vel curtis imperii descrive un elenco di 89 specie di piante, fiori e
alberi. Tale trattato fu stipulato dall'imperatore allo scopo di fornire dettagliate
indicazioni sulle specie da coltivare nei suoi possedimenti. La prospettiva
unitaria degli avvenimenti umani nelle varie categorie di riferimento è di
fatto tangibile nella cosiddetta rinascenza Carolingia: come è avvenuto in
altri settori dello scibile umano, anche per quanto concerne l’ideazione di
giardini maturò nelle coscienze una nuova attenzione e rinnovata sensibilità.
Alberi da frutto, nuove piante, frutti, fiori ed erbe officinali aiutano a
circoscrivere e arricchire uno spazio di intimità trascendente. Realtà e simbolo sovente si confondono nell’ambito dell’esperienza
monastica benedettina di Cluny. Qui, assai considerevole risulta lo spazio
relegato ai chiostri e alle aree coltivate dove si percepivano profumi e
fragranze in qualche modo affini sia alla realtà effettiva, sia all’universo
allegorico spirituale. I resoconti accurati di certi visitatori riflettono
infatti un’incertezza di fondo sulle loro esperienze; non è chiaro se fossero
vivide e reali oppure esasperate da un eccessivo zelo ideologico. L’immaginario collettivo del mondo cristiano, dai Benedettini ai Certosini,
fino ai Circestensi di Bernardo di Chiaravalle è permeato dall’identificazione
col processo simbolico del giardino. Per citare un pensiero di Bernardo: "troverai
più nei boschi che nei libri, alberi e rocce ti insegneranno ciò che nessun
maestro ti dirà". Solo nel XII secolo la scuola di Chartres
propagò un approccio nuovo nei confronti della natura, concepita come un insieme
di cause dotate di un ordine preciso, di origine divina, senza quelle
espressioni simboliche ricorrenti nell’alto medioevo. Il giardino era un
frammento di natura modellato dall’uomo, sorta di rifugio ben delimitato e
distinto dal mondo esterno, interdipendente nei suoi aspetti culturali e
naturali. Nonostante la sua tendenza intrinseca verso l’eterna primavera, doveva
comunicare costantemente la sua essenza artificiale ed impermanente. La sua
inviolabilità rimanda all’antica concezione persiana del paradiso concepito come
un luogo delimitato e protetto. Questo senso di intimità e isolamento è una connotazione antica e costante del giardino,
termine questo che attraverso il francese jardin, ci riporta a jart,
derivante da un probabile franco gard, con significato, appunto, di
chiuso.
hortus conclusus
I giardini della Genesi, quelli del Vangelo e i nuovi cieli e nuova terra
dell’Apocalisse di Giovanni sono i modelli di riferimento di tutta l’esperienza
alto medievale, ai quali si aggiunse in epoca successiva un nuovo archetipo l’Hortus
conclusus del Cantico dei Cantici che recita: "giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata". Bernardo di Chiaravalle commentando il cantico descrive il giardino come un
continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante ed amato, tra creatura e
creatore. La sua forma quadrata riflette i quattro angoli dell’universo, la
Gerusalemme celeste, il suo centro è costituito da un albero (albero della
vita) oppure dal pozzo o fonte (fonte di sapienza, simbolo del Cristo e dei
quattro fiumi del paradiso). Tre tipologie allegoriche di giardino nella visione bernardiana devono
interagire con le differenti ambizioni spirituali delle anime elette: il noceto
di Susanna (Hortus nucum) espressione delle sofferenze della vita terrena, l’Hortus
deliciarum dimora primordiale di Adamo, e la divina visione dell’Hortus
conclusus. L'Hortus conclusus e l'Hortus deliciarum sono le due tipologie che
più
frequentemente si ritrovano nei documenti. L'Hortus conclusus è un giardino
segreto e fantastico, all'interno del chiostro offre riparo e preclude il male.
Qui trovano posto fiori e frutti densi di significato simbolico: la rosa (fiore
sacro a Venere, attributo delle Grazie) rappresenta la Vergine ma è anche simbolo
del sangue divino e per le sue spine oltremodo simbolo delle pene di amore, il
giglio (nato dal latte versato da Giunone mentre allattava Ercole) simbolo
della purezza e della povertà, le violette (nascono dal sangue del Dio Atti,
morto pazzo) simbolo della modestia e dell’umiltà, la melagrana (nasce dal
sangue di Bacco) che rappresenta la salda unità della chiesa, la palma (prima
della nascita di Romolo e Remo due palme appaiono in sogno a Rea Silvia)
simbolo della giustizia di vittoria e fama, il fico (albero sacro a Saturno)
metafora della dolcezza, della fertilità, del benessere e della salvezza,
l'olivo (pianta sacra a Minerva) simbolo della misericordia, pace, e perfino il
trifoglio che allude alla trinità. L'Hortus deliciarum viene cantato nei
romanzi cavallereschi. Il Roman de Tristan ed il Roman de Erec ed
Enide di Chrétien de Troyes lo descrivono recinto, carico di frutti e fiori
eterni, velato di penetrante atmosfera mistica. Il Roman de la Rose,
scritto nel 1220 da Guillaume de Lorris e completato nel 1280 da Jean de Meung,
ci rende partecipi dei colori e i profumi e ci esplica le sue varie specie
vegetali, gli alberi da frutto, piante ornamentali e il refrigerante apporto dell’acqua.
Come metafora dell'"amore cortese", l’Hortus deliciarum è il
simbolo del percorso che il cavaliere compie per raggiungere la felicità.
il giardino orientale
Nei secoli centrali del medioevo si osservano miglioramenti sostanziali per l’habitat
di orti e giardini dovuti principalmente alle mutate condizioni climatiche,
infatti la temperatura si alzò considerevolmente, e per la concomitanza di altri
fattori quali lo sviluppo demografico, la migliore qualità della vita e gli
scambi interculturali con la civiltà araba. Gli arabi, da sempre maestri nel
controllare la natura, sfruttavano al massimo le poche potenzialità che le loro
terre aride potevano offrire. Quindi la loro esperienza e le loro tecniche
riuscirono a contaminare positivamente l’Occidente attraverso quelle regioni,
la cui vicinanza col mondo musulmano, permise di assorbire e incamerare nuove
istanze culturali. Le aspettative spirituali del mistico musulmano rimandano assai
frequentemente a quella idea nostalgica di giardino paradisiaco. Un’isola
artificiale, con il simbolo della montagna sacra umbilicus mundi, era
posta al centro alla confluenza di due canali che dividono la configurazione
strutturale dell’immenso giardino. Simbolo vitale e di innocenza, l'acqua
all'interno del giardino è l'elemento più importante; si manifesta sempre in
modo differente con sorprendenti forme di vasche, canali, fontane, zampilli,
delimita gli spazi e conferisce al giardino anche una certa musicalità. Nel
giardino islamico, le pavimentazioni dei viali, del letto dei canali e delle
vasche, sono realizzate in ciottoli policromi o in maiolica, circondate dalla
lussureggiante vegetazione con piante a foglie perenni. Le essenze mediterranee
sono le più ricorrenti: agrumi, magnolie, bosso, mirto e cipressi,
questi ultimi secondo il Corano simbolo di eternità e bellezza femminile. Nella convergenza di tutte le conoscenze che gli Arabi ereditarono dalle
civiltà con le quali vennero a contatto, in specifico dalla cultura egizia, da
quella persiana e da quella romana, l’arte islamica considerò il giardino
come fondamentale complemento di ogni architettura. Il trattato di Abulcasis, del X secolo, argomenta le regole di realizzazione
dei giardini: dalla scelta dell’ubicazione, ai metodi di sfruttamento delle
risorse idriche fino alla descrizione accurata delle geometrie delle aiuole. I
loro sistemi di irrigazione erano per forza di cose all’avanguardia, visto le
caratteristiche dei loro territori assolati e aridi come l’Andalusia dove
principalmente elaborarono queste tecniche. Un’esplosione di elementi seduttivi e di grande fascino, specchio di un
grande e multietnico giardino è la descrizione di Palermo durante il periodo
musulmano e normanno svevo. Qui i secoli a cavallo tra il X e il XIII secolo
furono il crocevia di incontro tra civiltà differenti che interagendo fra loro
proposero nuovi elementi di scambio culturale. Espressione di questo stato di
cose i giardini della Zisa e della Cuba e la squisita struttura quadrangolare
(quattro elementi, terra e creazione) dell’Eden di Monreale.
la scuola di chartres e il giardino cortese
L’alone mistico fiabesco del giardino medievale non
è solo frutto dell’ispirata
tradizione orientale ma deriva parallelamente anche dal fermento rinnovativo
della scuola di Chartres. Questa traduce le esperienze della scuola di Oxford
che nel XIII secolo rese più rigoroso l’interesse per gli studi fisici, con una
attenzione particolare per i fatti e le concatenazioni di cause razionali,
nell’ambito specifico della realtà naturale. Gli spazi verdi, che nei secoli
precedenti erano unicamente destinati agli ambienti monastici, nel 200-300 dopo
la riorganizzazione del paesaggio agrario e la rinascita delle città, tornarono
ad essere parte costitutiva degli insediamenti urbani e suburbani. Orto e vigna
diventano parte integrante della residenza gentilizia e popolana. In un’ottica
prettamente ispirata al francescanesimo maturò nelle coscienze il concetto
platonico di Anima Mundi sorta di identificazione dell’universo in un
grande essere mediatore tra la divinità e il mondo materiale. Il concetto di
Anima Mundi interagì con l’universo magico simbolico del futuro giardino
cortese e si riflesse in un variegato carosello di rappresentazioni
paradigmatiche: una splendida creatura femminile si manifesta come allegoria
della natura e della Vergine, oppure l’Albero della vita della genesi, che qui
nel XII-XIII secolo equivale invece a tutte le molteplici forme assunte dalla
natura. Nella corte, luogo adibito alla vita elegante e mondana, nacquero forme, che
propagarono vivide la loro essenza nei giardini funebri, nei magici verzieri,
attraverso i giardini d’amore e di automi in un coinvolgimento totale di fiaba
e realtà di concretezza e illusione. In un romanzo cavalleresco l’Erec et Enide di Chrétien de Troyes si
divulga il prototipo del giardino incantato. La sua inviolabilità, l’eterna
primavera le erbe officinali e il canto degli uccelli sono le prerogative
essenziali per paragonarlo all’Eden, dove l’esistenza era ancora immune dal
peccato originale. Chi si addentra nei suoi meandri e vive in quel contesto deve
percepire la protezione data dall’essere in un luogo senza condizionamenti
materiali. Precedentemente al Chrétien, Robert d’Orbigny fu l’autore di un testo
ispirato alla storia d’amore tra un musulmano e una cristiana, ambientata
in tre ipotetici giardini: il locus amenus dell’infanzia con la mandragora, il
giardino funebre con il sarcofago vuoto (Cenotafio) e gli automi mossi dal
vento, il giardino magico con un vermiglio (Albero d’Amore) tutti
elementi simbolici relativi alla vicissitudine amorosa dei due amanti.
verso l’umanesimo
La concezione immaginifica del giardino nel basso medioevo in ambito
dantesco, si intromette nella sfera introspettiva di un percorso iniziatico.
Questa tendenza verrà poi sostituita dalla catarsi filosofica fruibile nel
rigore delle novelle boccaccesche (Decameron) nell’avvicendamento di
narrazioni e discussioni (Il Paradiso dell’Alberti) e nel dibattito politico
(gli Orti Oricellari). Lentamente si avvia un processo di trasformazione tra
reminiscenze e innovazioni in un ottica laicista. Città e giardino diventano
degli avamposti a protezione dell’uomo contro le manifestazioni della natura
avversa. Come si percepisce nelle novelle del Decameron, la natura torna ad
essere sottomessa alla volontà umana per trasformarsi artificiosamente in un
qualcosa di diverso. Un’opera che ha contribuito alla divulgazione della conoscenza delle
tecniche agrarie attorno alla metà del XIII secolo, fu il Ruralia Commoda (I
Piaceri della Campagna) di Pietro de’Crescenzi. Diffuso soprattutto nell’Italia
settentrionale il testo affronta varie tematiche sulla vita rurale,
identificando tre modelli definiti di giardino che devono essere limitrofi
all’abitazione e recintati. Piccoli spazi sottintendono la dimensione sociale
più modesta del proprietario e sono così descritti: il
Giardino di erbe piccole miniatura del giardino cortese di forma quadrata,
con piante medicinali, aromatiche e fiori ai margini, con un certo numero di
alberi (viti, peri, meli, cipressi, ed altre essenze) che davano ombra lasciando
fluire l’aria. I ceti medi potevano permettersi il Verziere, grande
prato circondato da fossati e pieno di alberi da frutto, in cui sovente era
presente la Pergola-Padiglione. Poi il Giardino per i signori, che si
amplia nella sua estensione, include un Hortus conclusus, frutti, piscine,
voliere, invece della pergola qui è presente un palazzo costituito da alberi e
ogni sorta di interventi decorativi di arte topiaria. Il primo scritto che affronta le problematiche relative alla lavorazione di
un orto-giardino personale è di un autore fondamentale per lo sviluppo della
cultura umanistica: il Petrarca. Trattasi di una dissertazione sulla
manutenzione dei propri spazi verdi, in cui si analizza aspetti meteorologi
insieme alle pratiche essenziali della coltura della terra. Il Poeta fece dei
tentativi, con esiti non propriamente positivi, nell’orto della basilica di S.
Ambrogio a Milano, dove si propose di piantare alcuni tipi di ortaggi e piante
come il lauro, in un ambiente climatico non adatto per quel genere di colture.
la crisi del trecento
La grande crisi demografica ed economica della fine del XIII secolo culminata
con il tragico propagarsi della peste nel 1348, si riflette nelle espressioni
artistiche e culturali del periodo. Il giardino delle novelle del Boccaccio, non
è altro che una sorta di
rifugio spirituale per evadere da tutto ciò che rappresenta la malattia, anche
dalle conseguenti degradazioni morali che il caos dell’endemia ha portato. Il
giardino descritto è a pianta centrale, con un Palagio, pergolati di vite,
roseti e un prato il cui centro è impreziosito da una fonte di marmo bianco.
Come riflesso vivo di certi ambienti di corte angioini che il novellante
frequentò, nacque così il giardino privato fiorentino che, sugli spazi
liberati dal calo demografico post-endemico ebbe modo di svilupparsi.
verso il giardino rinascimentale
"Il rapporto fra Umanesimo nascente e lo spirito del
Medioevo morente è molto piú complicato di quanto siamo soliti credere.
Abituati come siamo a vedere le due civiltà come due complessi nettamente
separati, ci sembra che la sensibilità per l'eterna giovinezza dell'antichità
classica e il ripudio del logoro apparato con cui il Medioevo aveva dato
espressione ai suoi pensieri si siano diffusi come una improvvisa rivelazione.
Come se gli animi, mortalmente stanchi di allegorie e di stile altisonante,
avessero compreso a un tratto: non piú quello, ma questo! Come se l'aurea
armonia dei classici fosse apparsa improvvisamente ai loro occhi come una
redenzione, come se essi avessero accolto l'antichità classica col giubilo di
un'anima che ha finalmente trovato la sua salvezza.
Ma non è cosí. In mezzo al giardino del pensiero medievale,
tra la vecchia vegetazione ancora lussureggiante, il classicismo è venuto su a
poco a poco".
Gli aspetti del giardino medievale e i suoi messaggi spirituali intrinseci
non furono accantonati, ma furono recuperati e inglobati in una visione
neoplatonica. I primi esempi di giardino quattrocentesco si ispirarono ancora
all’Hortus conclusus monastico. Ma segnali di rinnovamento si avvertono a
Firenze con il Giardino del Paradiso degli Alberti, con gli Orti Oricellari e
Villa Lo Specchio a Quaracchi. Mentre Niccolò V verso la metà del Quattrocento
riuscì a creare un ampio e innovativo giardino, nell’ambito di una
ristrutturazione dei palazzi vaticani: il giardino comincia qui ad essere
concepito come uno spazio ideale sul quale interagiscono elementi di differente
utilizzo, ecco quindi un teatro, una sala cerimoniale, condotti d’acqua
sotterranei per rifornire una fontana e una varietà consistente di alberi e
fiori. In altre manifestazioni successive si inizierà a ideare un coordinamento
spaziale e visuale tra strada, palazzo, giardino e paesaggio, con l’asse
prospettico che attraversa la struttura del giardino. Si fece ricorso ad
elementi di filtro tra spazi aperti e chiusi come il portico, e poi siepi di
bosso, sculture, statue in muratura e manufatti architettonici, come
nei giardini medicei dove tutto era finalizzato a un’integrazione armonica di
architettura e natura, nel rispetto di quelle concezioni neoplatoniche care al
pensiero rinascimentale.
Nicola Fontana
Bibliografia:
F. Cardini-M. Miglio, Nostalgia del Paradiso, Laterza 2002.
L. Impelluso, La natura e i suoi simboli, Electa 2003.
Prometheus quindicinale di informazione culturale anno I n. 20 (Il
giardino dell’arte di Valeria la Paglia)
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