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"l’armeria del
granducato mediceo"
Dai saccheggi del 1494 e
1537 fino alla definitiva dispersione determinata da motivazioni
politiche e ideologiche tra il 1773 e il 1770, la collezione medicea di
armi ha interagito con innumerevoli vicissitudini, che cercheremo di
analizzare dettagliatamente.1
Dopo il trasferimento della
sede ducale presso il Palazzo della Signoria nel 1540, Cosimo I
riorganizza tutta la serie di armi e armature provenienti dal patrimonio
di Piero il Gottoso, Lorenzo e Giuliano; le colloca dentro la nuova
dimora che assolve nella sua particolare essenza costruttiva una
funzione simbolica ed una pragmatica. Nella prima traspare la dimensione
politica, di rinnovato prestigio, la seconda rimanda ad aspetti inerenti
la serena e più affidabile gestione di eventuali sommosse o tentativi di
destabilizzazione.
A gestire questi possedimenti cortigiani vi erano enti specifici come la
"Guardaroba Generale" che amministrava l’intera collezione di corte e la
"Guardaroba Segreta" dove in un armadio2
venivano conservate le armi personali di Cosimo I usate per uso
strettamente privato, ma talvolta prestate ad ospiti illustri. Una
persona di fiducia ovviava alla custodia delle armi non direttamente
gestite dai sovrani garantendo la salvaguardia di questo sontuoso
armamentario personale. L’incolumità del Granduca e della rispettiva
consorte Eleonora di Toledo, personalità emblematiche della rinascita
culturale ed egemonica della famiglia Medici, era in tal modo tutelata.
Circa alla metà, di quel
martoriato e sanguinoso segmento temporale chiamato sedicesimo secolo, è
databile un inventario tra i più antichi a noi trasmessi.
Esplicitamente, in maniera tassonomica, la lista ci rende partecipi
della sostanziale vastità di questa collezione, senza per giunta
considerare le armature di Cosimo, qui non segnalate.
Dopo i lavori agli Uffizi
nel 1560 e la successiva solerte edificazione del corridoio vasariano si
manifestò l’esigenza di raccogliere parte delle meraviglie contenute
nella Guardaroba Generale in una nuova Armeria segreta a Palazzo Pitti e
una lungo il corridore agli Uffizi. Prese forma in tal modo
delimitandosi, questa nuova disposizione spaziale. Tali divisioni, così
determinate, saranno teatro di nuove integrazioni e acquisizioni,
maturate nel corso degli anni attraverso i
nuovi legami dinastici. Una di
queste addizioni, la più importante, avvenne nel 1631. In questo anno si
manifestò una svolta epocale per la storia del patrimonio storico
artistico fiorentino, infatti Vittoria, l’allora aspirante consorte del
granduca Ferdinando II che sposò tre anni dopo, ereditò tutti i beni di
Francesco Maria II della Rovere, duca di Urbino. Per la prima volta un
Medici sposa una principessa italiana e da queste nozze singolari, la
città di Firenze si arricchì con opere d’arte di fama universale,
comprendenti anche il complesso prezioso e variegato dell’Armeria della
corte d’Urbino.
Dopo circa un anno anche
l’eredità di Don Antonio il falso figlio di Francesco I e Bianca
Cappello, entrò a far parte del già assai consistente lotto mediceo.
Le armi dei della Rovere,
sistemate inizialmente a Palazzo Vecchio dopo una momentanea sosta a
Pitti, furono destinate comunque a confluire insieme a le altre sezioni,
presso l’Armeria di Galleria agli Uffizi. Senza considerare alcuni
esemplari che rimasero a Pitti e nella guardaroba generale, erano 9482 i
pezzi che all’alba del 1656 costituivano questo patrimonio, il quale, in
perfetta sincronia con le mutevoli relazioni interpersonali della
famiglia medicea e di riflesso ad esse, si arricchiva trasformandosi
perpetuamente. Per l’impossibilità di controllare adeguatamente questo
progressivo sviluppo delle singole raccolte, dal 1695 venne meno ogni
forma di distinzione settoriale, e nacque l’esigenza di amministrare il
tutto con i cosiddetti inventari «Misti»
Dopo l’ulteriore necessità
di ingrandire ed espandere la struttura immobiliare ospitante questa
collezione, si ebbe un’ennesima acquisizione nel 1714 e 1717: le armi
del primogenito di Cosimo III, il Gran Principe Ferdinando, morto
prematuramente. Questo evento è documentato in un inventario del 1736
che testimonia parallelamente alla nuova integrazione, un considerevole
calo delle partite e quindi anche dei singoli pezzi. Questo paradosso
genera una riflessione: è lecito immaginare che il lento sgretolarsi
dell’armeria si sia manifestato precocemente, già con il malinconico e
inesorabile crepuscolo del Granducato mediceo.
leopoldo
ii,
l’armeria e la sua definitiva dissoluzione
Dopo la morte dell’ultimo
rappresentante della dinastia medicea Gian Gastone, prese forma nel
nuovo universo permeato di cultura illuminista, la gestione riformata
del potere in Toscana ad opera dei nuovi sovrani, i Lorena.
Pietro Leopoldo con una
decisione a dir poco sorprendente per l’epoca, decise di smembrare quasi
globalmente l’esercito, per lui un’istituzione superflua, nell’ottica
dei progressivi sviluppi democratici ed economici della Toscana. Di pari
passo allo scioglimento delle forze armate, venne definitivamente
dispersa la sontuosa armeria. Il fautore indiretto delle decisioni del
Granduca fu il direttore delle Gallerie Giuseppe Pelli, il quale
ottenebrato da istanze ideologiche preminenti in quello specifico
periodo storico, divenne strumento pragmatico di una sorta di
Kunstwollen collettiva3.
Le sue parole sono assai esplicite, per la considerazione da lui
riservata alle collezione di armi: «ciarpume di veruno uso oggigiorno e
di veruno merito». Accenna anche alla motivazione per cui sono state
conservate e la individua in una mera reminescenza della veemente
aggressività dimostrata dagli antenati, verso le invasioni barbariche
dei Goti e dei Vandali.
Come sovente accade, da
operazioni che in un primo impatto possono apparire virtuose e di nobili
finalità, con il senno di poi, dopo che il tempo ne ammortizza i
clamori, se ne percepisce le velate avventatezze.
Inizialmente la dispersione
avvenne delimitandosi verso alcune strutture ben definite come il
Gabinetto di fisica, la corte stessa, la Galleria e la Fortezza. Ma
quando nel 1780, Pietro Leopoldo decise inderogabilmente di trasferire
anche l’ultima frammentaria rimanenza dalla Galleria alla Fortezza, si
generò quel processo irreversibile di sfaldamento, che porterà alla
disgregazione della primitiva integrità formale dell’armeria dei Medici
e dei Della Rovere. Furono venduti i singoli pezzi e parti consistenti
della collezione, anche a peso di ferro vecchio. In un primo momento
novanta esemplari vennero acquistati dal pittore di corte Giovanni
Zoffany, poi anche questi confluirono con il resto della raccolta verso
altri lidi, per placare le smanie di possesso di collezionisti pubblici
e privati europei e di oltre oceano, presso Londra, Parigi, San
Pietroburgo, Detroit, New York, Vienna, Praga, Cracovia e Dresda. I
mirabilia da Wunderkammer andarono ad ampliare il Regio museo di fisica,
mentre alcuni pezzi si trovano oggi al museo del Bargello.
Fu in occasione della
caduta del potere lorenese nel 1859 che si manifestò la necessità di
istituire una nuova dimensione museale, presso il Bargello, l’antica
sede del podestà. Rispettivamente nel 1864 e 1865 confluirono qui le
poche testimonianze residuali della storica collezione, quelle che
furono depositate presso la Fortezza da basso e nell’Armeria Segreta
lorenese di Palazzo vecchio. Successivamente nel 1888 e nel 1889 il
museo nazionale si ampliò con l’annessione della collezione Carrand e
Ressman, entrambe di altissimo livello qualitativo.
Sappiamo che a Firenze è
comunque rimasta la testimonianza più consistente del nucleo originario
mediceo, ma e altresì problematico riconoscere i singoli elementi
determinando con certezza e cognizione di causa la reale provenienza.
Attribuire un’origine
medicea ad armi attualmente ubicate in contesti culturali diversificati,
è impresa assai difficoltosa. Gli strumenti che oggettivamente ovviano
alla risoluzione di questa problematica sono gli inventari.
Questi documenti depositati presso
l’Archivio di stato di Firenze e nell’Archivio delle gallerie,
permetterebbero, se consultati e studiati a fondo, la corretta
identificazione dei singoli pezzi. Oltre a queste fonti, nell’universo
inesplorato delle collezioni archivistiche italiane, probabilmente altre
preziose testimonianze potrebbero tornare alla luce, aiutando i
ricercatori nell’immane compito di ricostruire l’identità perduta di
questa preziosa raccolta.
Le peripezie che l’antica
armeria medicea ha subito nel corso dei secoli sono forse sembrate
insufficienti ha chi organizza il destino delle cose e degli uomini,
infatti anche i reperti frammentari e disomogenei, ma prestigiosi, del
museo nazionale di Firenze, subirono l’ennesimo trauma, stavolta di
origine naturale ma assai devastante: l’alluvione del 1966. Dopo il
faticoso ma completo recupero di tutte le singole unità, si manifestò
l’urgente necessità di restituire agli oggetti, un’integrità estetico
conservativa, con un corretto e appropriato restauro. Mentre alcune armi
dei magazzini e quelle in cuoio, furono restaurate a Firenze, quelle con
commessi in avorio presero la strada di Londra e dei laboratori di
restauro inglesi.
In seguito all’allettante e
generosa offerta del governo austriaco la parte più rappresentativa
dell’intera collezione venne di conseguenza affidata alle direttive del
governo federale austriaco, il quale prese a cuore questa parte cospicua
del patrimonio storico artistico fiorentino. Fu il primo tentativo di
collaborazione culturale scientifica tra paesi europei, finalizzata al
restauro di una collezione artistica trasferita per questo, quasi nella
sua totalità presso un'altra nazione. Furono usate a questo scopo le più
moderne metodologie già sperimentate in Europa e negli Stati Uniti
d’America.
la
medusa del caravaggio e il suo contesto
La finezza artistica di
ogni singolo esemplare, non si limita agli aspetti di mera bellezza
esecutiva artigianale, in questo caso a volte straordinaria, ma
abbraccia la sfera dei capolavori paradigmatici per la storia dell’arte
figurativa; almeno per quanto riguarda la nostra percezione filosofica e
storico culturale del significato della parola "arte". Infatti, perfino
lo scudo ligneo con la celeberrima "Medusa" del Caravaggio donato dal
cardinale del Monte al duca Cosimo II - forse in occasione delle sue
nozze nel 1608 come ipoteticamente afferma Corrado Ricci - entrò a far
parte di questo mirabile contesto. Il madrigale del 1603 di Gaspare
Murtola descrive l’oggetto come appartenente alla tipologia della "Rotella4
alla milanese" trattata come la superficie di un’opera pittorica. Gli
archetipi di riferimento per la sua identità costruttiva si possono
ravvisare nel classico rotellino da pugno per il duello alla spada, al
grande brocchiere, complemento essenziale per cavaliere, fino ai
manufatti in cuoio bulinato, in acciaio sbalzato e cesellato o rotelle
dipinte. Ovviamente non fu considerata una semplice arma difensiva, ma
come si può palesemente dedurre dalla sua anima lignea, la sua funzione
era quella di singolare "arma da parata".
In misura di ciò è bene
sgombrare la mente dalle moderne elucubrazioni sui significati politici
allegorici che lo scudo avrebbe dovuto trasmetterci, e dalle nuove e
finalmente appropriate interpretazioni simboliche sulla meditazione
artistica di Michelangelo Merisi, per interagire semplicemente con la
vera essenza funzionale di tale oggetto. Più che per un’opera d’arte
vera e propria, all’epoca era considerato e apprezzato per i suoi
aspetti curiosi e di estemporanea teatralità. Come sovente accade è
stato il tempo e le mutevoli elaborazioni critiche ad arricchire di
significati l’opera. L’evoluzione o involuzione inarrestabile del
processo creativo temporale, trascende gli albori culturali del
manufatto, altera l’imput iniziale modificando la «relativa assolutezza»
della primigenia apparenza. Lo scudo fu collocato in un ambito
rappresentativo, come accessorio di un guerriero con corazza, pronto col
suo cavallo di legno ad affrontare le sfide epiche di un torneo. A
fianco era sistemato un altro cavaliere armato con ricchi e sfarzosi
abbellimenti. Questa rappresentazione teatrale rispondente alle
ambizioni estetiche della corte e al gusto dell’età barocca, come una
moderna Wunderkammer, stimolava e alimentava la meraviglia dei
visitatori, fra i quali il poeta Giovan Battista Marino che espresse
così le sue sensazioni:
"Or quai
nemici fian che freddi marmi
Non divengan repente
In mirando, Signor, nel vostro scudo
Quel fier Gorgone e crudo,
Cui fanno orribilmente
Volumi viperini
Squallida pompa e spaventosa ai crini?
Ma che? poco fra l'armi
A voi fia d'uopo il formidabil mostro:
Ché la vera Medusa è il valor vostro".5
La sala era delimitata da
altre 60 armature anch’esse riccamente decorate che formavano un
allineamento lungo il perimetro delle pareti. L’ambiente comprendeva
anche altre notevoli suppellettili tra le quali spiccava per interesse e
valenza artistica un cavallo in bronzo del Gianbologna e un tabernacolo
in ebano ed avorio. Da come sono descritte le armature dei cavalieri
corrispondono esteticamente al gusto orientale. Gli intrecci metallici
con cui sono costituite sono di fattura turca o persiana, e il loro
disegno ornamentale è riscontrabile anche in alcune trame decorative
tessili, tipiche di quella specifica area produttiva. Perfino il
turbante trasmette suggestioni che richiamano l’oriente, trattasi
difatti del particolare copricapo dei Safavi detentori del potere
temporale della Persia nel XVI secolo.
I contatti con il re di
Persia Abbas il Grande, che permisero queste acquisizioni, furono
delegati al Granduca Ferdinando, il quale progettava di colonizzare la
parte orientale del mediterraneo. Ambedue i regnanti avevano una linea
di condotta comune nella lotta contro i Turchi e i loro progetti
ambirono alla costituzione di un’alleanza mai in concreto realizzatasi.
Le buone intenzioni manifestate, instaurarono si, la precoce
maturazione di reciproci contatti ufficiali, ma la notevole distanza
geografica tra le due potenze non determinò lo sviluppo degli scambi
commerciali auspicati da Ferdinando.
L’incontro che il Granduca
ebbe con l’ambasciata di Persia il 16 Marzo del 1601 fu la
manifestazione effettiva delle reciproche affinità tra i due universi
culturali; in questo evento avvenne probabilmente uno scambio di doni,
fra i quali probabilmente facevano parte anche le armature sopra
menzionate.
L’ambasciata ebbe poi dei
risvolti poco felici a causa dei rapporti poco trasparenti che
intercorsero tra l’ambasciatore persiano Hussejn e il corrispondente
occidentale l’inglese Sherley. Le manovre opportunistiche dello Sherley
e la sua definitiva fuga per i debiti accumulati, determinarono il
fallimento dell’operazione.
Nell’attuale galleria le
reminescenze della vera funzione iconografica e contestuale dello scudo
del Caravaggio e delle altre espressioni stilistiche correlate ad essa,
sono poco percepibili. L’unica testimonianza di ciò sono gli affreschi
cinquecenteschi del soffitto, densi di manifestazioni significative che
rimandano a quello specifico universo rappresentativo. Sono qui
riprodotti nella prima camera: una falegnameria per costruire modellini
di fortezze, fucine per spade e armature, fonderie per cannoni, mentre
nella seconda camera l’attenzione è dirottata verso i campi di battaglia
europei delle lotte contro i pagani.
Lo scudo nel successivo
sviluppo del suo tempo vita subì una modifica inopportuna. Infatti nel
tentativo di inserirlo in una pretestuosa cornice dorata d’alloro per
trasformarlo in un dipinto da parete, fu alterata la sua concezione
originaria. Recentemente questa intrusione arbitraria è stata tolta.
Nonostante ciò, la sua decontestualizzazione è diventata un processo
irreversibile, non potrà più rifiorire in esso la sua manifestazione
primaria, l’"atto primo"6 . Il nuovo carattere acquisito traumaticamente è
oramai diventato un aggregato inscindibile dalla sua attuale essenza
artistica, e come il resto dell’armeria medicea è destinato in futuro ad
interagire, dentro illibati orizzonti culturali, con l’eterna
metamorfosi del gusto.
Nicola Fontana
1 Riferimento al sacco dell’antico Palazzo Medici nel 1494 da
parte di Carlo VIII e quello del 1537 quando le soldatesche del
Vitelli s’impadronirono delle armature del duca Alessandro. V.
in bibl. B.Thomas e
L.Boccia, Mostra delle armi storiche restaurate
dall’aiuto austriaco dopo l’alluvione, catalogo mostra,
Firenze 1971, pp. 13-29.
2 Etimologicamente armadio significa appunto madia per le armi, il
termine poi è entrato in uso comune con altri significati. V. in
bibl. N. Zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore,
1970.
3 Volontà d’arte, Alois Riegl 1858-1905 utilizzò questo termine
per contrastare la visione di Semper, che considerava i processi
stilistici come trasformazioni, causate dalla mera evoluzione
delle tecniche. V. in bibl.
L. Venturi,
Storia della critica d'arte, Einaudi editore, Torino 1964,
pp. 291-296.
4 Piccolo scudo rotondo e convesso con imbracciatura e maniglia
interne per difesa contro le frecce , talvolta rilevato
all’esterno con una borchia centrale con o senza brocco. V. in
bibl. N. Zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore,
1970.
5 Madrigale dal titolo:
La testa di Medusa in una rotella di
Michelangelo da Caravaggio nella Galeria del Granduca di
Toscana. V. in bibl.
G. Marino,
La testa di Medusa in una rotella di
Michelangelo da Caravaggio nella Galeria del Granduca di Toscana
in Marino e i marinisti a c. di G. G. Ferrero, vol. 37,
Ricciardi editore, Milano-Napoli 1954, p. 577.
6 Per Umberto Baldini il tempo vita delle opere d’arte e
determinato da tre atti: l’atto primo corrisponde alla creazione
primigenia dell’artista, l’atto secondo alle manifestazioni che
il tempo imprime su di essa, l’atto terzo all’intervento
dell’uomo (restauri e manutenzione). V. in bibl.
U. Baldini, Teoria del restauro e unità di metodologia
vol. I, Nardini editore, Firenze 1978.
BIBLIOGRAFIA:
g.
marino, La
testa di Medusa in una rotella di Michelangelo da Caravaggio
nella Galeria del Granduca di Toscana in Marino e i
marinisti a c. di G.G. Ferrero, vol. 37, Ricciardi editore, Milano-Napoli 1954 p. 577.
l.
venturi,
Storia della critica d'arte, Einaudi editore,
Torino 1964, pp. 291-296.
d.
heikamp, La
Medusa del Caravaggio e l’armatura dello Scià ΄Abbậs di Persia
in Paragone 199, Mondadori editore, 1966 pp. 62-73.
n. zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore, 1970.
b. thomas e l. boccia,
Mostra delle armi storiche restaurate dall’aiuto austriaco dopo
l’alluvione, catalogo mostra, Firenze 1971, pp. 13-29.
u. baldini,
Teoria del restauro e unità di metodologia vol. I, Nardini
editore, Firenze, 1978.
l. boccia, Palazzo
Vecchio Committenza e coll. Medicei catalogo mostra, Electa
editore, Firenze 1980, pp. 117-142.
g.
cipriani, Storia della Toscana dal 1400 al 1800,
in Lezioni tenute al corso di formazione svoltosi a
Firenze nel 1998 "alla scoperta del volontariato culturale"
a c. di A.P. Martelli, A.
Trassari.
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