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l’ultimo mobile di luigi prinotto
La
scoperta di uno scrittoio del grande ebanista piemontese che riporta firma e data di realizzazione
Luigi
Prinotto fu ebanista dalla manualità sopraffina, ma scarsamente documentato.
Molti sono i mobili sul mercato antiquario per ipotesi a lui attribuiti, pochi i
confermati da riscontri storici, rarissimi quelli firmati. Il suo stile ricalca
l’indirizzo artistico imperante del periodo: la maniera del Piffetti. Come
Pietro Piffetti, anche se, forse con minor pathos estetico, i suoi virtuosismi
celebravano il fasto regale della corte sabauda, al servizio di Vittorio Amedeo
II. In tale contesto, tra il 1722 e il 1733 le fonti attestano un’assidua
attività di Prinotto sotto le direttive e le suggestioni borrominiane
dell’architetto Filippo Juvarra.
L’ultimo
pagamento noto, epilogo di una lunga ed intensa attività, risale al 1778 per la
realizzazione di una scrivania in legno di noce lavorata a mosaico e
probabilmente confusa tra i molteplici esempi di mobilia piemontese che
arricchiscono il mercato antiquario.
Nel 1780 Luigi Prinotto fece
redigere il proprio testamento dove si precisava il suo stato d’infermità
fisica. In uno studio recente Arabella Cifani e Franco Monetti pubblicano un
documento dove, sempre nel 1780, si attesta la morte dell’ebanista.
Uno scrittoio della tradizione settecentesca
piemontese ha rivelato, oltre ad un’immagine di delicata ma non eccelsa fattura,
un’ipotesi attributiva affascinante e di certi aspetti chiarificatrice.
Ci sono alcuni particolari che permettono di
collocare tale oggetto nel limitato catalogo del grande maestro piemontese Luigi
Prinotto, tra i quali risalta un’iscrizione che oltre a confermare
l’attribuzione, ci fa risalire alla data di nascita dell’ebanista fino ad oggi
sconosciuta corrispondente al 1685.
Il
mobiletto, di proprietà privata, da me scoperto in data
16 maggio 2006, abbina le linee morbide
ed aggraziate del tardo petit baroque sabaudo ad una coerente marqueterie
in palissandro brasiliano, bosso, avorio, bois de rose e legno chiaro
mordenzato. Gli aspetti neoclassici sono oramai vividi e presenti, nella resa
geometrica degli intarsi e nel placato movimento dei cassetti retaggio di un
mondo che lentamente lasciava spazio a nuove suggestioni.
Il manufatto
presenta alcuni restauri incongrui e posticci ed
è corredato di bronzi non originali, conseguenza di una probabile manomissione
avvenuta tra XIX e XX secolo. I graffiti sull’avorio appaiono abrasi e poco
leggibili e certo non rimandano immediatamente ad esiti ben più elevati, come
per esempio gli straordinari pannelli istoriati della scrivania ideata per Carlo
Emanuele III di Savoia e conservata al palazzo reale di Torino, o ad altri
apogei della produzione più aulica di Luigi Prinotto.
Perciò, ad
un primo disattento approccio l’oggetto non manifesta al meglio le proprie
potenzialità tattili - espressive ed il suo aspetto trasandato invalida
certi entusiasmi generati da una scoperta molto interessante.
Infatti,
nello scarabattolo interno, dietro la fodera di un cassetto, appare leggibile
una dicitura che chiarisce nome, età dell’artefice, data di realizzazione:
“Luiggi Perinoto d’ettà 94 04 marzo 1779”. Il cognome Prinotto ricorre nei
documenti storici con diverse forme grafiche: Prinotto, Prinoto, Perinotto,
Perinot e appunto Perinoto.
Esistono
anche riscontri estetici che confermano la mano del maestro. La sagoma del
cervo, riportata sulla tradizionale scena di caccia, ricalca fedelmente un altro
dettaglio iconografico analogo impresso su una scrivania da parete a ribalta,
conservata presso il museo civico d’arte antica di Torino e tradizionalmente
assegnata al Prinotto.
Poi vi sono
alcune sfumature stilistiche che sottintendono una mano sapiente. come la
leziosa ed aristocratica mossa dei fianchi, di non comune grazia, e la squisita
proporzione del disegno.
Per completare il quadro appare significativa
anche la presenza nello scrittoio di una raffinata serratura con alloggio per la
chiave a sezione trilobata, particolare apprezzabile anche in altri mobili
dell'artista piemontese.
L’anno 1779
e l’età di 94 anni indicano lo scrittoio come una delle ultime opere del
maestro, testimonianza storica preziosa di una fase operativa finalizzata alla
soddisfazione di committenze meno elitarie. Tenendo conto dell’età avanzata,
viene giustificata anche la qualità non eccelsa della realizzazione, sicuramente
inferiore ai vertici qualitativi ai quali l’ebanista ci aveva abituato nelle sue
creazioni giovanili.
Esiste per
ora solo un altro mobile firmato da Prinotto, un cassettone di proprietà privata
proveniente dalla collezione Laurent – Colombari che riporta questa
dicitura: “Lougij Prinoto ebanista fecit anno 1736 Torino”.
La carenza
di informazioni e testimonianze storiche determinano quindi l’importanza della
scoperta di questo mobiletto, che rende meno oscuro l’iter professionale del più
grande minusiere di corte del settecento piemontese dopo Pietro Piffetti.
Nicola Fontana, storico ed esperto d’arte
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