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"Gli ordini mendicanti nel Valdarno di Sopra"

    

Insediamenti e committenza tra XIII e XV secolo

 

 

Così, come nel resto dell’Italia comunale, la presenza degli ordini mendicanti nel tessuto urbano delle "quasi città" del Valdarno superiore è indice della loro crescita economico-sociale e testimonia l’emancipazione dalla dimensione rurale di questo lembo di terra, parte della diocesi di Fiesole.

    Attraversare questo spazio fisico è un po’ come immergersi in un microcosmo, in parte con caratteristiche analoghe al resto del territorio della penisola, ma sotto alcuni aspetti differenziato, con prerogative originali. L’Italia infatti fu un avamposto di esperienze diverse, variegate e mai circoscritte dentro un modello unitario e paradigmatico. Assai diversificati furono gli aspetti politici, sociali e morfologici del paese rispetto alle regioni d’Oltralpe dove le vicissitudini medievali si dispiegarono attraverso un percorso uniformato.

    Dopo questa premessa vagliamo un itinerario storico attraverso la presenza di comunità religiose conventuali presenti in questa zona della Toscana tra XIII e XV secolo.

 

i francescani del primo ordine

 

La diffusione degli ordini religiosi mendicanti avvenne con una certa rilevanza quantitativa, seguendo un’evoluzione esponenziale dal XIII secolo in poi.

    In questa estensione della diocesi di Fiesole, e nello specifico periodo storico, erano presenti i Francescani (minori conventuali, Clarisse e Terziare), e i Domenicani.

    Mentre i Francescani del primo ordine ebbero un ruolo primario come presenza istituzionale, e di riflesso come promotori di un circuito interattivo tra edificazione e devozione, i Domenicani svolsero un ruolo marginale.

    Le poche, ma significative tracce residuali degli insediamenti francescani medievali, sono osservabili in aree precise all’interno dei centri più importanti come Figline Valdarno e Montevarchi, e in località decentrate come Ganghereto.

    I Frati minori conventuali, il ramo più antico dell’ordine francescano,  fondarono nel 1229 il convento della Santa Croce a Figline - primo insediamento degli ordini mendicanti in questa area geografica denominato poi con il nome del fondatore dell’ordine - e probabilmente nel 1325 quello di San Ludovico a Montevarchi. Tali organismi esaurirono la loro funzione mistica in seguito alle soppressioni napoleoniche ottocentesche1.

    Le testimonianze più antiche riportano la presenza certa nel corso del XIII secolo, solo del convento e relativa chiesa di Santa Croce a Figline. Infatti come puntualizza de La Ronciére e come si evince dal dizionario del Repetti, l’unico documento con attendibilità storica di cui ci possiamo avvalere risulta essere un celebre atto testamentario del 1278 evidenziante un lascito della contessa Beatrice a favore dei frati minori figlinesi 2.

    Mancano riferimenti certi inerenti la fondazione del convento di San Ludovico a Montevarchi e la sua chiesa dedicata a San Luigi d’Angiò. La data ed altri particolari di interesse storico potrebbero rivelarsi nei documenti conservati presso l’archivio di stato di Firenze danneggiati dalla devastante alluvione del ’66.

    La notizia di un’elemosina elargita annualmente dal Comune di Montevarchi, in veste di benefattore a favore dei religiosi, riportata in uno statuto del 1325, è l’unico elemento utile per collocare cronologicamente la struttura. Affidandoci a questa fonte possiamo quindi considerare  il convento di San Ludovico come il secondo insediamento francescano nella diocesi di Fiesole. Dopo la soppressione del 1809, il convento divenne sede dell’Accademia Valdarnese del Poggi3. Altrettanto incerte e sospese tra mito e realtà sono le notizie riguardanti la data di fondazione, nel 1211, del complesso di Ganghereto, località sotto l’attuale provincia di Terranova Bracciolini. Il convento, in quel luogo, sembrò generarsi dalla volontà stessa di Francesco d’Assisi. Infatti, fonti francescane vagliate da C.M. de La Roncière riportano le vicende di un viaggio intrapreso dal frate assisiate da Arezzo verso Firenze. Durante tale percorso egli trovò calda accoglienza dai signori locali che gli elargirono in dono un terreno con annesso un bosco, qui Francesco avrebbe edificato un’umile costruzione vicino al castello di Ganghereto.

    Narrazioni leggendarie additano al santo il miracolo di aver fatto zampillare, in quel luogo, una fonte di acqua purissima seguendo i dettami mistici di San Bernardino da Siena.

    Il cronista che traccia tale congettura, Wadding, nella sua disquisizione in realtà non adempie fino in fondo alle attuali necessità storico-filologiche per una corretta e scientifica datazione. Infatti la sua testimonianza, in origine tramandata oralmente, ha un vizio di fondo, non fa riferimento ad alcun tipo di documentazione antecedente. Sono i reperti archeologici che in qualche modo rendono credito a questa tipologia di fonte un po’ sui generis4

    Quando il castello di Ganghereto fu distrutto nel 1271 dagli stessi abitanti per assecondare le volontà fiorentine, il convento vide eclissare il nucleo abitativo di riferimento, così da tramutarsi di conseguenza in un semplice romitorio. La ricostruzione del castello avvenne al margine della pianura sottostante sotto le vestigia rinnovate di Santa Maria a Ganghereto , ovvero, Terra Nuova.

Nel 1429 la comunità francescana di Ganghereto si trasferì alla sommità del monte Ortale, territorio di proprietà del conte Carlo Ricasoli. L’illustre nobile fiorentino donò il possedimento ai suoi amici frati, i quali stanchi delle irriverenti e rumorose esternazioni degli abitanti di Terra Nuova, accettarono con soddisfazione e resero omaggio all’oblatore denominando il convento con l’epiteto di San Giovanni Battista a Montecarlo5

   

le clarisse e le terziare francescane (oblate)

 

Il secondo ordine fondato da San Francesco nel 1212, fu riservato alle donne. All’interno di tale organizzazione, le religiose maturavano la propria identità spirituale e temporale mediante la presenza di Santa Chiara, la prima devota affiliata all’istituzione. Un segno significativo del loro operato fa fede al monastero di Santa Maria degli Angeli o di Santa Chiara a San Giovanni Valdarno. Tale organismo fu ideato in loco nel 1429, trasformato in convento di clausura nel 1515, soppresso nel 1809, successivamente di nuovo riaperto, dal 1900 definitivamente trasferito a Fiesole 6.

    Il terzo ordine non richiedeva l’obbligo di voti solenni, regole e vita comunitaria da parte di chi vi aderiva. L’istituzione fondata da San Francesco nel 1221 accoglieva indifferentemente uomini, laici e donne. Le religiose, nel Valdarno superiore, erano rappresentate dalle Oblate della carità, che aderirono però all’ordine francescano solamente nel 1713. Cito comunque per dovere di cronaca il loro antico insediamento: lo Spedale Serristori di Figline fondato nel 1399 dal fiorentino Serristoro di Ser Jacopo, originariamente ideato come centro di accoglienza per pellegrini che acquisì in seguito le funzioni di vero ospedale 7.

 

i domenicani

 

I Domenicani, o frati predicatori, si instaurarono probabilmente con una presenza limitata, circoscritta e meno stanziale rispetto a quella dei frati minori, infatti non si rilevano nella zona conventi facenti capo a tale ordine. La loro ipotetica attività si svolse in osservanza dei principi dell’ospitalità e della carità dando vita a strutture semplici, luoghi d’accoglienza e di ristoro - per frati di passaggio e poveri - come gli ospedali. Nell’atto testamentario precedentemente citato della contessa Beatrice, è riportata un’altra offerta della magnanima nobildonna datata 1279, stavolta a beneficio dell’ospedale di San Domenico di Figline. Il nome ci sottolinea in maniera esplicita il probabile contributo domenicano alla sua istituzione. 

    Un altro eventuale avamposto domenicano di questo tipo sorse limitrofo all’area esaminata, precisamente ad Incisa, denominato come ospedale di Santa Maria del Borgo. Il sacerdote Giovanni dell’Antella, Domenicano di Santa Maria Novella ne era proprietario nel 1290 e ancora nel 1295 quando ottenne l’investitura religiosa. Il terzo ospedale - probabilmente gestito sempre dalla comunità domenicana - risulta ubicato in San Giovanni Valdarno con il nome di ospizio di San Tommaso d’Aquino.

    Un fattore che potrebbe ulteriormente rendere testimonianza della presenza domenicana in questa specifica area, è l’analisi dell’onomastica. I battezzati con il nome di Domenico, dai primi anni del Trecento in poi, risultano assai numerosi limitatamente ai centri di Figline e Incisa, con l’incognita di San Giovanni Valdarno, luogo su cui mancano studi in tal senso 8.

 

insediamenti probabili

 

Sono attualmente ammirabili in alcune località importanti come San Giovanni Valdarno, Castelfranco di Sopra e Terranova Bracciolini -originate dalla volontà fiorentina di creare delle "Terre Nuove" - degli edifici religiosi con caratteri stilistici peculiari alle concezioni costruttive degli ordini mendicanti. Infatti, sebbene non ci siano riscontri o testimonianze scritte, è facile percepire tale logica operativa per esempio nella chiesa di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno edificata nel 1306. Qui, se osserviamo attentamente attraverso le stratificazioni temporali è possibile notare l’originaria semplicità formale, l’aula maggiore voltata a crociera e la navata unica, tutti elementi che ci rimandano alla tradizione circestense ereditata dagli ordini mendicanti 9.

 

la committenza artistica

 

è universalmente riconosciuto l’apporto dato dai Francescani e dagli altri ordini mendicanti a beneficio dell’opera di edificazione e arricchimento dei siti religiosi tra XII al XIV secolo.

    In questo contesto proviamo ad interagire con i committenti, con i cicli di affreschi ed immagini sacre su tavola, concepiti come lasciti pro anima per le chiese ed i conventi del Valdarno di Sopra, all’epoca della loro maggior fioritura.

 

 chiesa e convento di san francesco a figline valdarno

 

La chiesa si presenta con un portico di fattura rinascimentale che prosegue delimitando anche la sede del convento (fig. 1, fig. 2). All’ingresso della sala capitolare dentro il chiostro, le due bifore e il portale centrale rispecchiano gli stilemi precipui degli ordini mendicanti, così come le volte a crociera nella cappella maggiore e nelle altre aree limitrofe.

    Nella parete della controfacciata della chiesa di San Francesco a Figline è attualmente ammirabile un ciclo di affreschi con tutta probabilità eseguito agli inizi del XIV secolo. La critica contemporanea propende per un’attribuzione ad un unico maestro: Francesco d’Antonio (documentato dal 1393 al 1433). Sorta di «Biblia pauperum», il ciclo pittorico è stato scoperto in due tempi diversi: nel 1856 i restauri hanno rivelato l’Annunciazione, l’Incoronazione della Vergine e la Crocifissione e Santi; nel 1929-30, sempre nella stessa parete, sono emerse una lunetta con scena della Crocifissione, un’immagine significativa di San Francesco e un’altra lunetta con Dio Padre tra Cherubini ed Angeli (fig. 3, fig. 4). Tutta l’iconografia sembra amalgamarsi all’interno di un percorso stilistico – narrativo coerente ed unitario, tanto da convalidare l’ipotesi dell’intervento di un solo maestro.

    Come già osservato dal Sirén nel 1914 e 1926 il ductus pittorico denota connotati stilistici vicini ai modi di Lorenzo Monaco, al quale Francesco si sarebbe palesemente ispirato 10.

    Notizie di altri affreschi perduti si hanno in una portata del celebre catasto fiorentino del 1427, dove vengono menzionati i pagamenti effettuati dagli eredi di un tale Guido della Foresta e del figlio Niccolò. Da tale documento si evincono che furono pagati 1000 fiorini rispettivamente nel 1427 e nel 1431 per adornare la cappella maggiore di San Francesco a Figline - mediante un ciclo di affreschi ed una tavola per l’altare - e la citazione di Masolino da Panicale come ipotetico artefice 11.

    L’ambiente si presenta attualmente, senza tracce rilevanti, ricoperto da intonaco decorato di recente fattura che potrebbe però celare interessanti sorprese.

    In un’ala interna del convento adiacente la chiesa è conservata la Madonna in Trono col Bambino, di Giovanni del Biondo.

     Il dipinto presenta un’interessante iscrizione in volgare che riporta la data e la firma dell’artefice e le ultime disposizioni del committente il legista Baldo da Figline:

 

    « Questa tavola fece fare la compagnia d’Orto San Michele e di Sancta/ Maria Nuova chome reda di messere Baldo da Fighine a onore di Dio (e) del/la sua Madre: (e) p(er) l’anima sua e de’ suo’ morti: a(n)no MCCCLXXXXII Giova(n)ni del Bio(n)do la fe ».

 

    Da tale dicitura si evincono la data, la firma e il nome dell’autore. Inoltre è riportata la volontà del committente documentando ai posteri una pratica diffusa del periodo, quella dei lasciti pro animae.

    Baldo da Figline incaricò la Compagnia di Orsanmichele e lo Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze di gestire la sua eredità che venne a loro distribuita rispettivamente per 1/4 e per 3/4. I due enti vennero così proclamati suoi eredi universali. In aggiunta, Baldo accantonò ulteriori duecento fiorini d’oro elargiti in fedecommesso alle suddette istituzioni come disposizione indistincta per lascito pro anima. La Compagnia e lo Spedale utilizzarono la somma commissionando, appunto la pala a Giovanni del Biondo 12.

    Menziono altre effigi, stavolta affrescate, poste rispettivamente nella sala capitolare del convento e nella chiesa. Trattasi di una Crocifissione con la Madonna, San Giovanni Evangelista e quattro Angeli, di ignoto artista fiorentino - a volte denominato Maestro di Figline - della seconda metà del sec. XIV, di una frammentaria Madonna col Bambino del XV sec. e della Madonna della Cintola, tra San Giovanni Battista e San Giuliano di scuola botticelliana 13.  Sembra appartenere anche al Maestro di Figline una Maestà stavolta conservata alla Collegiata. Il dipinto è palesemente ispirato alla Maestà d’Ognissanti di Giotto, dalla quale rileva alcune scelte iconografiche. Cito l’opera per la raffigurazione ivi riportata di Ludovico di Tolosa, esponente prestigioso dell’ordine mendicante francescano (fig. 5). Questo dettaglio significativo potrebbe suggerire l’originaria ubicazione del manufatto presso il vicino convento di San Francesco.

 

convento di ganghereto

 

Nel distretto di Ganghereto erano presenti tre chiese, una di esse ex priorato di monaci Vallombrosani poi dedicata a San Francesco, conservava una tavola dipinta con l’effige del Santo fondatore dell’ordine. L’opera, una tempera su tavola attribuita alla bottega di Margaritone d’Arezzo, (fig. 6) riporta all’estremità inferiore la seguente epigrafe: «Margaritus de Aritio me fecit» 14. Il Vasari, nella vita di Margaritone, accenna brevi considerazioni:  

 

« Avendo poi fatto a Ganghereto, luogo sopra Terra nuova di Valdarno, una tavola di S. Francesco […] » 15.

 

    Il dipinto si presenta come l’ennesima raffigurazione del Santo, iconografia standardizzata nella produzione di Margarito.

    Esiste infatti una serie di immagini, con la medesima ratio esecutiva, quasi indistinguibili fra loro, attribuibili alla bottega di tale artefice e così ubicate: San Francesco a Ripa di Roma, Castiglion Fiorentino, Pinacoteca Vaticana, Pinacoteca di Siena, Montepulciano. Tutte riflettono i tradizionali stilemi dell’artista aretino, ma la tavola di Ganghereto manifesta alcune incongruenze. La resa tridimensionale per esempio, sebbene mediata da evidenti bizantinismi, nelle altre tavole si esprime con più naturalezza, mediante luci ed ombre che condiscendono movimento e profondità.

    Comunque l’immagine presenta aspetti intriganti, come l’espressione ingenua, quasi intimorita, che la rende umanissima, di spiritualità giocosa e terrena 16.

 

 

convento di san giovanni battista a montecarlo

 

Generatosi dal primitivo insediamento di Ganghereto, il convento francescano di Montecarlo, sembra essere l’antico luogo di provenienza di un’opera di rilevanza assoluta: un’Annunciazione  attribuita al Beato Angelico (fig. 7). La mancanza di fonti e relative notizie a riguardo possono e devono relegare tale informazione al ruolo di mera ipotesi. Difatti, nessuno può escludere a priori una diversa origine del manufatto, poi eventualmente collocato in tale contesto successivamente. Comunque, il dipinto, uno dei primi capolavori dell’Angelico, ha trascorso molti anni dentro il rinascimentale edificio di culto annesso al convento (fig. 8); oggi possiamo farci coinvolgere dal suo straordinario fascino all’interno del museo della Basilica di San Giovanni Valdarno.

    Per molto tempo, la critica ha considerato il dipinto come espressione del periodo maturo dell’artista, in considerazione della data di costruzione del convento solitamente additata tra 1428 e 1438 termine post quem. In realtà sono percepibili in essa modi assai vicini agli estetismi di due artisti determinanti per la formazione del giovane Angelico: Gentile da Fabriano e Masolino. Tali suggestioni, in seguito a nuovi studi critici sfociati nelle teorie di Miklos Boskovits, hanno permesso di collocare cronologicamente l’opera prima del 1430-31 17.

    Ad ulteriore avvallo di tale ipotesi interviene la tipologia costruttiva della carpenteria. Infatti il dittico, dividente la scena in due sezioni, sembra un retaggio arcaico in quel contesto proto-rinascimentale che la pala quadra con scena unificata aveva già avuto modo di contaminare. Rimane lecito comunque supporre che la cornice ellittica, ai margini della raffigurazione, possa essere frutto di manomissioni non coeve con la stesura originaria del dipinto. Di conseguenza potrebbero aprirsi nuovi orizzonti interpretativi per confutare la tesi sopra citata.

 

 

 

 

 

Nicola Fontana

 

 

 

1) Chiesa di San Francesco, Figline Valdarno

 

 

2) Convento di San Francesco, Figline Valdarno

 

 

 

3) Francesco D’Antonio, Annunciazione, Incoronazione della Vergine, Crocifissione, San Francesco,

Figline Valdarno, Chiesa di San Francesco

 

 

 

4) Francesco D’Antonio, Crocifissione e Santi, Lunetta con Dio Padre tra Cherubini ed Angeli, Figline Valdarno, Chiesa di San Francesco

 

 

 

5) Maestro di Figline, Maestà

Figline Valdarno, Chiesa della Collegiata

 

 

 

6) Bottega di Margarito d’Arezzo, San Francesco,
Museo statale d'Arte medievale e moderna di Arezzo, dal Convento di Ganghereto

 

 

 

 

7) Beato Angelico, Annunciazione, Museo della Basilica,

San Giovanni Valdarno, dalla chiesa di San Giovanni Battista a Montecarlo

 

 

 

 

8) Chiesa di San Giovanni Battista a Montecarlo

 

Immagini 7 e 8 tratte da: E. Micheletti, A. Maetzke, 1984


 

 Note:

 

[1] G. Raspini, I Conventi nella diocesi di Fiesole, Fiesole, 1982, p. 13.

[2] C. M. de La Roncière, Gli Ordini mendicanti nel Valdarno di Sopra del XIII secolo, in Lontano dalle città Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, atti del convegno (Montevarchi - Figline Valdarno 9-11 novembre 2001) a cura di G. Pinto e P. Pirillo, Roma, 2005, pp. 279; E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, II, Firenze, 1835, p. 132

[3] E. Repetti, 1839, p. 543; G. Raspini,1982, p. 61.

[4] Ivi, p. 64; C. M. De La Roncière, 2005, pp. 280-281.

[5] G. Raspini,1982, p. 63-64.

[6] Ivi, p. 14; E. Repetti, 1843, p. 57

[7] E. Repetti, 1835, p. 133; G. Raspini,1982, p. 14-66.

[8] Ivi, pp. 290-291.

[9] I. Moretti, Aspetti dell’architettura religiosa nel Valdarno di Sopra, in Lontano dalle città Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, atti del convegno (Montevarchi - Figline Valdarno 9-11 novembre 2001) a cura di G. Pinto e P. Pirillo, Roma, 2005, p. 300-301.

[10] R. Passalacqua, Chiesa e Convento di San Francesco in Figline. Restauri di pitture murali 1985/1990, in Arte e Restauri in Valdarno, a cura di C. Caneva, Catalogo della mostra, Figline, 1991, p. 83.

[11] A. Guidotti, Pubblico e privato, committenza e clientele: botteghe e produzione artistica a Firenze tra XV e XVI secolo, in Ricerche storiche, XVI, 1986, p. 535-550.

[12] Un’opera d’arte nasceva da un insieme di fattori coincidenti: «[…]l’impegno finanziario del testatore, la mediazione dei fedecommissari, la disponibilità del clero beneficiario e solo in misura minore e marginale l’apporto individuale dell’artista». M. Bacci, Investimenti per l’aldilà. Arte e raccomandazione dell’anima nel Medioevo, Roma/Bari, 2003, pp. 152-153.

[13] R. Passalacqua, 1991, pp. 81, 91-92.

[14] Il Repetti considera un equivoco l’attribuzione a Margarito di questa opera, e ne sottolinea i ritocchi di colore nero eseguiti da un autore d’epoca moderna. E. Repetti, 1835, p. 399.

[15] G. Vasari, Le vite dè più eccellenti pittori, scultori ed architettori, 1568, (ed. con. a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, II, Firenze, 1967, p. 91).

[16] A. Maetzke, La pittura, in Il museo statale d’arte medievale e moderna in Arezzo, Firenze, 1987, p. 39.

[17] E. Micheletti, A. Maetzke, Masaccio e l’Angelico, due capolavori nella Diocesi di Fiesole, Catalogo della mostra, Fiesole, 1984, pp. 36-37;

Boskovits, infatti, concepisce il Tabernacolo dei Linaioli del 1433 come una sorta di diaframma tra il mondo giovanile di cui fa parte l’Annunciazione di Montecarlo e i modi maturi dell’artista. M. Boskovits, Un’adorazione dei Magi e gli inizi dell’Angelico, Berna, 1976, p. 14.

 

 

Bibliografia:

 

G. Vasari, Le vite dè più eccellenti pittori, scultori ed architettori, 1568, (ed. con. a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, II, Firenze, 1967).

 

E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, II, Firenze, 1835, pp. 126-139, 398-400; III, 1839, pp. 537-549; V, 1843, pp. 54-60.

 

M. Boskovits, Un’adorazione dei Magi e gli inizi dell’Angelico, Berna, 1976.

 

G. Raspini, I Conventi nella diocesi di Fiesole, Fiesole, 1982.

 

E. Micheletti, A. Maetzke, Masaccio e l’Angelico, due capolavori nella Diocesi di Fiesole, Catalogo della mostra, Fiesole, 1984.

 

A. Guidotti, Pubblico e privato, committenza e clientele: botteghe e produzione artistica a Firenze tra XV e XVI secolo, in Ricerche storiche, XVI, 1986, p. 535-550.

 

A. Maetzke, La pittura, in Il museo statale d’arte medievale e moderna in Arezzo, Firenze, 1987, pp. 33-96.

 

R. Passalacqua, Chiesa e Convento di San Francesco in Figline. Restauri di pitture murali 1985/1990, in Arte e Restauri in Valdarno, a cura di C. Caneva, Catalogo della mostra, Figline, 1991, pp. 79-93.

 

C. M. de La Roncière, Gli Ordini mendicanti nel Valdarno di Sopra del XIII secolo, in Lontano dalle città Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, atti del convegno (Montevarchi - Figline Valdarno 9-11 novembre 2001) a cura di G. Pinto e P. Pirillo, Roma, 2005, pp. 279-292.

 

I. Moretti, Aspetti dell’architettura religiosa nel Valdarno di Sopra, in Lontano dalle città Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, atti del convegno (Montevarchi - Figline Valdarno 9-11 novembre 2001) a cura di G. Pinto e P. Pirillo, Roma, 2005, pp. 293-303.

 

M. Bacci, Investimenti per l’aldilà. Arte e raccomandazione dell’anima nel Medioevo, Roma/Bari, 2003.

 

 

 

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